giovedì 16 gennaio 2014

Vuole un bicchiere d'acqua?

Ecco un'altra storia senza fretta, oggi ce la scrive Valeria!
Fatta di gesti semplici come un bicchiere d'acqua, piccole attenzioni per il prossimo, per quelle persone che incrociamo nella vita di tutti i giorni senza curarcene troppo.
Beh, lei se ne cura, smette di fare la spettatrice e ci racconta com'è.
E chi legge sarà lì, a fare un po' di tifo per lei!


Il cielo è terso, è una di quelle giornate in cui amo Milano: l'aria frizzantina dell'inverno si sposa con un sole caldo e Milano è più bella, splende della sua eleganza, soprattutto in Corso Italia, di domenica pomeriggio.
Passanti, poche auto, negozi chiusi, il 15 che sembra procedere più lento del solito sui suoi binari - forse è domenica anche per lui.
Cammino velocemente, ho mal di testa e non vedo l'ora di essere a casa. Cerco di godermi comunque quest'aria e respirare la città, lascio scivolare i pensieri lontano, svuoto la mente, cammino e respiro.
Poi d'un tratto. Un rumore sordo. Mi giro. Voci di sottofondo. Commenti.
Dall'altro lato della strada vedo una signora per terra, la sua bici ribaltata. Una macchina parcheggiata, la portiera aperta. Un signore che gesticola.
La scena si è svolta un attimo dopo il mio passaggio. Mi sento in ritardo. Mi fermo.
Una coppia dietro di me fa altrettanto e sentenzia - il solito deficiente che apre la portiera senza guardare -.
Sono attimi di stasi. Non sto a guardare. Attraverso, un taxi si ferma per farmi passare.
La signora - avrà almeno una sessantina d'anni - si sta alzando, aiutata dal signore che a una prima ricostruzione deve averla urtata aprendo la portiera dopo aver parcheggiato.
La signora è bella, i capelli bianchi, gli occhi chiari, lo sguardo frastornato.
Mi avvicino.
- Chiamiamo un'ambulanza? -
Il signore mi guarda come un'intrusa, pare che ciò che è accaduto sia affar suo, gli sembro fuori luogo, il suo sguardo non lascia dubbi.
La signora mi guarda dolcemente.
- No, non serve.
Si guarda la mano, è violacea è un po' escoriata. C'è una bella botta.
- Signora come si sente?
- Mi fa male qui.
E indica il cuore.
Esito un attimo, mi gelo. Scatta nella mia mente un film (tragico ovviamente): ora le viene un infarto e muore. Chiamo l'ambulanza. Poi penso che forse è agitata e spaventata.
Le sfioro una mano (l'altra), la rassicuro.
- Signora, vuole un bicchiere d'acqua?
Mi guarda, ancora dolcemente.
- Si, grazie.
Punto al bar aperto, di fronte a noi. Il proprietario dell'auto - che nel frattempo sorregge la signora - mi dice: Ci vado io.
Rimarcando come la cosa sia affar suo.
Sorrido decisa.
- Sono qui, mi rendo utile.
Entro, forse non saluto nemmeno. Chiedo un bicchiere d'acqua e spiego velocemente cosa è accaduto. Il barista mi porge l'acqua e chiede se serve chiamare l'ambulanza. Gli dico che non lo so, che io l'avrei chiamata. Lui si affaccia alla soglia, non esce. Guarda e rientra.
La signora, con le mani tremanti, beve l'acqua. Mi restituisce il bicchiere.
- Grazie signorina (resterò "signorina" a vita, anche a quarant'anni probabilmente).
Il proprietario dell'auto intanto la invita a sedersi in macchina. Chiedo nuovamente se serve chiamare l'ambulanza.
Lui mi guarda storto, ho l'impressione che cerchi di estromettermi dalla conversazione, è come se gli dessi fastidio. Chiede alla signora dove sta andando, se vuole essere accompagnata in auto, la invita a sedersi per riprendersi un attimo.
Lei accetta.
Con lui ci sono una donna di colore e due ragazzine. Tutte e tre immobili. Intorno alla macchina.
Dall'altro lato della strada - quello in cui ero io - ci sono sparuti osservatori. Credono di essere al cinema o a teatro probabilmente.
La signora mi sembra star meglio.
Le sorrido.
- Se non ha bisogno, io vado.
- Sto bene. Grazie davvero, signorina (e due).
Mi ringrazia anche il proprietario dell'auto, frettolosamente.
Riprendo a camminare, ripenso a quanto accaduto. Penso ai passanti fermi. Non è la prima volta. Lo leggo spesso sui giornali. Gente che guarda, che non interviene, che preferisce veder scorrere la vita davanti a sé, che non si sente chiamata in causa, se non per lamentarsi, per commentare, per avere qualcosa da dire. Come se agire non fosse contemplato. Come se una cosa ti riguardasse solo se ti coinvolge fisicamente, in prima persona, solo se ti sbatte addosso.
Forse era questo che pensava il proprietario dell'auto. Che avrei dovuto farmi i fatti miei. Che io non c'entravo. Che erano affari suoi e della signora.
Però apparentemente ci interessa tutto. Ci riguarda tutto se dobbiamo parlare, dire, schierarci, criticare, contestare, polemizzare. Ci interessa tutto, soprattutto sui social. Siamo tuttologi. Esperti in ogni materia.
Mi sono allontanata ormai. Da un lato ripenso che sto per raggiungere Missori, che prenderò la metro e che sarò "presto" a casa. Dall'altro ripenso alla signora. Come andrà a finire. Forse avrei dovuto fermarmi un altro po'.
D'un tratto irrompe nella quiete domenicale: è l'ambulanza. Non può essere una coincidenza. Mi giro. Si ferma in prossimità del bar.
Torno indietro, penso.
A cosa serve? Ci sono i soccorsi. Mi dico.
Mi assale la sensazione di aver lasciato perdere, di essere andata via troppo presto, di non aver fatto abbastanza.
Ci sono i soccorsi, chi meglio di loro può pensarci adesso?
Riprendo a camminare verso la metro.
Affido al Signore la signora.
Dalle un occhio tu, gli suggerisco.
(Ho sempre un sacco di suggerimenti per Dio, fossi in lui mi assumerei).

Un abbraccio particolare a Valeria per i suoi suggerimenti e incoraggiamenti, anche se non sono Dio!

Un abbraccio virtuale a tutti voi lettori e appuntamento alla prossima storia senza fretta!

A presto,
Polo

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martedì 14 gennaio 2014

Ciao Gioia!

Ci scrive ancora Matteo, una storia di una giornata come un'altra. Un saluto particolare però può farci evadere dal cielo grigio, dalla pioggerellina e dall'orologio che ci rincorre anche se è un week-end, anche se è sabato mattina e siamo a Sulbiate.
E' una giornata col cielo coperto. E' sabato mattina e mi sono svegliato alle sette perché ho una riunione a Milano. A Milano!!! E io che volevo dormire. Vabbè. "Dai Matteo" penso "per una volta anche se dormi quattro ore non è la fine del mondo". Tutto in silenzio per non svegliare gli altri scendo, mi preparo ed esco. Prima di andare a Milano, dove due amici mi aspettano per una colazione pre-riunione, per affrontare il viaggio in solitaria ho bisogno almeno di un caffè. Visto che devo ritirare un giornale colgo l'occasione, al volo, e faccio tappa in edicola e al bar. Ritiro il numero di gennaio di Linus, contiene anche il calendario 2014 non di Belen o dei calciatori ma dei Peanuts!!! E già sono un ragazzo felice per questa giornata. Scoprire poi che su giugno, mese del mio compleanno, c'è Snoopy in versione scout mi rende ancora più felice. Ma questa è un'altra storia.
Fuori dall'edicola, subito dentro nel bar. Stranamente è vuoto. La barista, seduta al tavolino, legge informazioni e guarda le foto di un incidente di sci col salto. Quello sport, un po' estremo, dove sciatori senza racchette si lanciano da una pedana cercando di cadere il più lontano possibile, il più possibile in piedi. Penso che uno sport così non lo farei proprio mai ma è pur sempre un argomento così parliamo un po' e nel mentre le chiedo un cappuccio. Dico chiedo e non ordino, ci tengo a sottolinearlo.
Il cappuccio è ottimo, come sempre. Mezza tazzina di schiuma soffice soffice che quasi mi ci tuffo dentro ed un cioccolatino che accompagna il tutto.
Intanto il bar si è un po' riempito.
Mentre col cucchiaino pulisco per bene tutta la schiuma dalla tazzina, assolutamente non deve restarne nemmeno una goccia, ascolto e mi guardo in giro.
Entrano una signora sulla settantina che si siede al tavolino col giornale ed una mamma con la figlia.
La signora chiede un cappuccio, intenditrice direi! La mamma e la figlia invece chiedono rispettivamente un caffè macchiato e del latte con un po' di cacao da mescolare con, udite udite, un cucchiaino di cioccolato! Mi illumino. Ignoravo l'esistenza di tale cucchiaino! E' bellissimo! Se fossi un bimbo lo vorrei sempre! In realtà lo prenderei volentieri ancora. Ma la cosa che più mi stupisce è che la barista sapeva già tutto. Sapeva già cosa le avrebbero chiesto, il margine di errore era molto limitato. Non solo, chiede alla bimba qualcosa di scuola e alla signora chiede semplicemente come va. Sarà che in un paese piccolo ci si conosce tutti, sarà che lei fa il suo interesse ad essere cortese e gentile, sarà che come tutte le donne magari ama interessarsi degli altri, sarà quel che volete. A me invece piace pensare che è diverso essere cortesi con tutti e voler far due chiacchiere con tutti. Nessuno glielo fa fare, potrebbe limitarsi a meno, ad un ciao. Invece no. A me piace, crea un ambiente sereno e quasi famigliare nel suo bar, luogo di passaggio per definizione reso così accogliente con poco. Nel frattempo ho spazzolato per bene tutto il cappuccio. Prendo le mie riviste, pago e la saluto perché devo andare.
Quando esco mi saluta come sempre, come fa con molti.
"Ciao Gioia!"
Ciao Gioia. Non lo dicono più in molti, anzi, a parte qualche nonna ai nipotini non lo dice proprio più nessuno.
Gioia a me, gioia per uno stato mentale allegro e sereno. Bello essere gioiosi.
Gioia perché sei una bella persona, gioia perché ti conosce, gioia perché lei è una persona gioiosa e gentile. Chi lo sa. Io so solo che iniziare una giornata con un "Ciao Gioia!" è decisamente bello. Se poi sono le otto di un grigio sabato mattina, beh, lo è ancora di più. Scappo a Milano.
Ciao Gioia! E con un "Ciao Gioie!" vi saluto anch'io e vi dò appuntamento alla prossima Storia senza fretta!

Un abbraccio e a presto,
Polo

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domenica 29 dicembre 2013

Fate gli auguri... anche a voi stessi!

Eccoci giunti a fine anno, tempo di discorsi in pompa magna con le bandiere nazionali alle spalle, reti unificate e buoni propositi. In questo marasma di festeggiamenti lavorare sui mezzi pubblici ha sempre un suo fascino.
Il pendolare medio lascia il posto al viaggiatore occasionale per un paio di settimane.
Ti ritrovi così ad avere a che fare con persone che non si spiegano come sia possibile che il treno da Milano a Brescia non fermi in una città importante come Bergamo, comitive che timbrano il biglietto A/R due volte all'andata e non hanno spazio per timbrare il ritorno.
In questa atmosfera natalizia i treni rimangono gli stessi, ma cambiano le persone.
Capita più volte durante la giornata di farsi gli auguri, a volte con colleghi incontrati per caso, altre volte con viaggiatori educati.
Facciamo dunque un sacco di auguri alle persone più disparate, ma io mi sono chiesto una cosa: questi auguri ve li siete mai fatti a voi stessi?
No, non sto dicendo di guardarsi allo specchio e dirsi Buon Natale, né di autoinviarsi un sms, sono sicuro che qualcuno di voi già ci ha provato. Io sì, lo confesso!
Non intendo nulla di tutto ciò,voglio solo dire di fermarvi un attimo, anche solo la sera prima di andare a letto, che tanto non ci si addormenta subito!
Voglio proporvi una cosa che ho già proposto a qualche mio amico come pensiero per queste feste.
Provate a rispondere a queste tre domande:

  • Cosa ho fatto quest'anno che rifarei l'anno prossimo?
  • Cosa ho fatto quest'anno che non rifarei l'anno prossimo?
  • Cosa non ho fatto quest'anno ma vorrei fare l'anno prossimo?

Quando ci avete pensato, prendete un foglietto e scriveteci queste tre domande seguite dalle vostre più disparate risposte, se preferite potete anche solo appuntarvi le risposte.
Mettetelo dunque in un cassetto di quelli che aprite tutti i giorni, anche unito ad una saponetta profumata se scegliete un cassetto dei vestiti.
L'importante è che non vada nel dimenticatoio, così da darvi un occhio ogni tanto, per ricordarci cosa abbiamo a cuore e cosa ci siamo augurati. Per una volta a noi stessi.

Buone feste e buon anno nuovo a tutti voi cari lettori.

Un abbraccio e a presto,
Polo

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Ecco le tre domande pronte da stampare!


mercoledì 4 dicembre 2013

Il Caseificio di montagna

Eccoci di nuovo qua, dopo una settimana di assenza, a parlare di storie senza fretta.
Quella di oggi è nata grazie ad un week-end in montagna, di quelli rigeneranti fatti da un'ottima compagnia, aria buona e soprattutto cibo che in quell'aria buona ci nasce.
Verso le quattro e mezza, quando il sole già comincia a fare giochi d'ombra con le cime dei monti, arriviamo a Predazzo, in piena Val di Fiemme.
La macchina carica di aria viziata, le gambe anchilosate per il viaggio, appena apriamo le portiere veniamo svegliati dalla fresca aria di montagna.
Inspiro a fondo godendomi questo "risveglio" in una valle dove le piste da sci stanno chiudendo e la gente si rifugia nei bar per scaldarsi.
Li vedi subito, qualcuno ha lo snowboard in mano e lo porta in giro come porteresti una sagoma di cartone: sempre in piedi e ben in vista.
Qualcun altro invece ha gli scarponi da sci e cammina come se fosse appena sbarcato sulla luna.

Predazzo (TN) - Val di Fiemme
Apriamo la porta del negozio ed un forte odore mi investe, non so se definirlo odore o puzzo ma propendo razionalmente per la prima opzione dal momento che siamo in un caseificio.
Abituato ad avere sotto il naso un formaggio alla volta, tutte quelle forme dei più disparati prodotti caseari mandano in palla il mio olfatto.
Innanzitutto prendiamo una bottiglia di latte crudo, semplice come il suo contenuto, di quelle che vedi in mano ai pastorelli nei presepi. In cima si può già notare un filo di panna, segno della genuinità del prodotto.
La nostra attenzione si sposta dunque sui formaggi.
Qualcuno prende un "Puzzone" da portare a Milano, dove più che un formaggio è un aggettivo neanche troppo carino.
La signora dietro al banco ci fa poi assaggiare un formaggio stagionato e immerso qualche giorno nel vino. Non per niente lo chiamano Ciok, ciucco. La buccia infatti è scurita e il sapore è deciso. Ci convince, accompagnerà la nostra cena.
Mi guardo intorno e vedo quello che è in fin dei conti un negozio di montagna, caratteristico nella sua semplicità, molti scaffali e rifiniture in legno che ti fanno apprezzare ancor di più il calore, mentre fuori si fa buio.
I formaggi di per sé sono una storia senza fretta, a volte penso a quanto dura la loro stagionatura e mi stupisco di quante cose ho fatto io nel frattempo.
Sono prodotti che acquistati in montagna fanno un effetto ancora maggiore. In un mondo senza fretta, che culla la loro stagionatura, i rumori sono più attutiti, complice anche la neve. I monti sembrano lì apposta a fare da scudo al mondo rumoroso e frettoloso delle metropoli.

In mezzo a questa settimana ho voluto raccontarvi un quadretto di quello che è stato un rilassante week-end. La montagna è sicuramente un paesaggio ricco di spunti, chi ci va più spesso di me lo saprà bene.
Spero, come sempre, di essere riuscito ad alleggerire qualche momento della vostra giornata.
Buona settimana a tutti!

A presto,
Polo

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martedì 26 novembre 2013

Basta esser contenti, e sempre ci troveremo bene

Ieri sera ho finito di leggere il Diario di mio nonno paterno. Gli spunti sono infiniti e proverò in queste righe a raccontarvi ciò che di più interessante vi ho trovato.



Ambientato in Toscana fra gli anni '46 e '47, parla di un'Italia appena uscita dalla guerra.
Diciamo piuttosto che parla IN un'Italia appena uscita dalla guerra. Nei racconti infatti descrive quella che è la sua vita quotidiana del tempo, dove lo svago maggiore era probabilmente il cinema all'aperto.
Troviamo così appunti di passeggiate sul lungo mare viareggino, piuttosto che l'incontro con la mamma a La Spezia, casualmente anche lei di rientro da una gita domenicale.
Il treno affollato è forse la sola cosa ad essere rimasta invariata nel tempo.
Quello in cui mio nonno si aggira è un Paese che pian piano sta rinascendo, comincia a ricostruirsi.
A Rescello infatti, nell'entroterra di Massa, la casa di suo padre è stata bruciata dai Tedeschi.
Mio nonno così parte da Viareggio e va a Massa per parlare col geometra che ne curerà la ricostruzione. Non lo trova, ha fatto tutta quella strada, non poca per il tempo, ma il geometra non c'è quindi lascia detto al cugino.
Lo scrive con una normalità a cui oggi non siamo più abituati, ma al tempo era effettivamente all'ordine del giorno. Senza tutta la tecnologia che abbiamo oggi le cose dovevi farle, nel vero senso della parola, e in questo la gente era sicuramente migliore.
La mancanza di tecnologia portava le persone a comunicare a viva voce, faccia a faccia e se andava male si lasciava detto, dovevi bussare alla porta di qualcuno, o tirare il campanello. Sì, perché in alcune case tiravi un nottolino che, collegato ad una corda, faceva muovere un vero e proprio campanello.
Oggi telefoniamo, mandiamo le mail o chiediamo l'amicizia su Facebook. Prendiamo appuntamenti ben precisi, abbiamo orari scanditi e pretendiamo che il treno ci porti a destinazione nel minor tempo possibile.
A quel tempo proprio no. I miei nonni, per darvi un'idea di una gita di piacere, partirono da Viareggio col treno delle 5.22 del mattino e arrivarono a Livorno alle 8.
Anche una tratta semplice come Viareggio-Livorno, nell'immediato dopoguerra in cui mio nonno scrive, richiede ore di viaggio e tanta pazienza.
Se avevi fretta non eri di quel mondo, gli spostamenti erano tutti in bici, a piedi o con mezzi pubblici.
Quelli citati da mio nonno, oltre al treno, sono la corriera per Lucca e il "Cammio" che li portò in gita col CAI, probabilmente un camion militare recuperato dall'Esercito a guerra terminata.

Sono interessanti alcune espressioni di Italiano arcaico come "Passeggiamo un poco quindi andiamo a casa del maestro Gonnella Giovanni. Ivi desiniamo."
Queste ultime due parole, entrambe in disuso, rendono però alla perfezione l'idea. Mi ha colpito non tanto il verbo desinare quanto la parola "ivi": in maniera concisa riassume ciò che oggi diremmo con altri giri di parole sicuramente più lunghi.

Oppure "Mario riparte per Piastroso e porta seco mia sorella Luisa"
La particella seco non ha bisogno di molte considerazioni, parla da sola, con tutto il Latino che si porta sulle spalle.

Il Diario si chiude con uno scritto dal pugno di mia nonna, Nonna Meri, una donna serena con l'uomo giusto al suo fianco. Ammiro questa sua serenità e voglio chiudere con questo passo.
Sono lei e mio nonno in una casa affittata per pochi mesi, da soli. Si stanno ancora abituando a questa nuova dimensione di coppia, hanno infatti passato il primo anno di matrimonio "nell'affollata casa di famiglia" di mio nonno.
E' sera e fuori piove. "Si veglia chiacchierando o leggendo qualche libro o novella [...] Stare da me sola con mio marito era sempre stato il mio sogno quantunque non mi trovassi male neppure in famiglia a Viareggio. Purtroppo questa casa non è nostra e a Giugno dovremo ripartircene, ma che importa? Basta essere contenti e sempre ci troveremo bene. Fuori piove e noi si lascia piovere e si va a letto."

Buona giornata cari lettori!
A presto,
Polo

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venerdì 22 novembre 2013

Quando chiamarlo "Diario" è riduttivo

Viareggio, 28 Luglio 1946 - domenica

Su questo libro inizio oggi il diario della mia vita da coniugato. Su queste pagine annoterò i fatti più importanti, i dolori, le gioie, i viaggi, i cambiamenti e variazioni, sia familiari, sia economici. Così, rileggendo un giorno, potrò aiutare la memoria a ricordare le vicende della vita e trarne buoni ammaestramenti.



L'inchiostro ha leggere sbavature qua e là, la parola Bic non aveva certo alcun significato, e anche cancellare non era affatto previsto.
Mio nonno era insegnante di professione e, considerato il tempo, si nota dal modo in cui si esprime.
Avete letto qua sopra l'incipit del diario che il nonno Lelle, al secolo Emanuele Baldini, cominciò a scrivere pochi giorni dopo il matrimonio, all'età di trent'anni.
Ho voluto citare questo passo così come lui lo scrisse. Nei prossimi giorni lo leggerò un po' alla volta, con il tempo che una lettura del genere merita.

Spero di trovare spunti interessanti e magari altri passi da citare. (già ho sbirciato che si sposarono alle cinque di mattina!!!)
Vi renderò partecipi, con l'aiuto di mio padre e dei parenti, di tutte quelle sfumature che nella vita frenetica del mondo di oggi difficilmente si colgono.

Un abbraccio e buon venerdì a tutti!
A presto,
Polo

mercoledì 20 novembre 2013

La casa nei pini

Ognuno di noi ha i propri luoghi dell'infanzia. Chi ha avuto la fortuna di passarla serenamente ricorda con piacere quei posti, con luci, rumori e odori che li caratterizzavano.
Fra i miei luoghi ne ho uno a me caro in particolare.
Cittadina toscana che si affaccia sul mare, perla della Versilia, a Viareggio risiedono tutt'ora molti parenti da parte di mio padre.
Ha sempre avuto un certo ascendente su di me forse perché da piccolo era sinonimo di vacanza. Amo quell'aria di mare che ti stuzzica il naso e personalmente la associo tutt'ora al relax.
Anche fare i compiti, una volta che mia mamma riusciva a legarmi alla sedia, non era poi così triste come temevo.

Viareggio - B&B La Casa nei Pini

Quella che oggi è diventata su tre piani il B&B La Casa nei Pini, negli anni novanta era una semplice villetta su due piani dove mio padre e i suoi fratelli erano cresciuti.
Circondata da un giardino con due bei pini marittimi, è sovrastata da un tetto spiovente, carico di aghi di pino, che al tempo nascondeva sotto di sé una soffitta.
Luogo senza tempo, potevo trovarci di tutto, ma ancora prima, senza cercarlo, mi investiva un odore di umidità da far paura.
Quell'odore, puzzo al naso degli adulti, per un bambino come me significava il paese dei balocchi. In quello spazio, il più angusto di tutta la casa, trovavo un sacco di oggetti che a casa mia non avevo mai visto.

Ricordo un vecchio lettore 45 giri bianco e rosso e una radio in legno pesantissima con un sacco di rotelle e di numeri perché per trovare il canale dovevi essere davvero bravo.
Vi era anche un altro aggeggio, sempre in legno ma più piccolo.
Di forma cubica, aveva una cupola in metallo nella parte alta con una manovella al centro. Questa cupola si apriva e ruotando la manovella restituiva qualcosa nel cassettino posto nella parte inferiore.
Cresciuto negli anni novanta, in casa mia non ne avevo mai visto uno e tutt'oggi non ce l'ho, ma imparai in quella soffitta, con l'aiuto di mio padre, che il caffè tostato si usava un tempo macinarlo a mano.
Le confezioni di plastica sottovuoto che fanno durare anni il caffè già macinato non sono poi così vecchie.

Ricordo poi un trenino giocattolo. Una carrozza marrone come già poche se ne vedevano in giro, è rimasta nella mia memoria per un particolare.
Tutta in plastica ma ben rifinita, aveva il tetto grigio. Il particolare era che quest'ultimo si sollevava portando con sé due listelli di plastica trasparente, prolungamenti verso il basso dei lati più lunghi. Questi formavano, a tetto chiuso, i vetri dei finestrini.
Ciò permetteva di mettervi all'interno omini o altri oggetti che la rendessero più realistica.
Era uno dei pochi trenini di mio padre che tanto li amava da piccolo, ma negli anni '50/'60 non era certo alla portata di tutti.
Questo il motivo per cui quando nacqui io, visti i tempi più propizi, mi regalò un plastico monta/smonta della Lima, rotaie elettriche, locomotiva e qualche carrozza non più marrone.

Nessuno poteva immaginare che sarebbe stato solo il primo dei miei passi verso la ferrovia.

A presto,
Polo

Una dedica e un abbraccio a tutti i miei parenti Viareggini, la storia di oggi è per loro, grazie a loro.

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