Ecco un'altra storia senza fretta, oggi ce la scrive Valeria!
Fatta di gesti semplici come un bicchiere d'acqua, piccole attenzioni per il prossimo, per quelle persone che incrociamo nella vita di tutti i giorni senza curarcene troppo.
Beh, lei se ne cura, smette di fare la spettatrice e ci racconta com'è.
Beh, lei se ne cura, smette di fare la spettatrice e ci racconta com'è.
E chi legge sarà lì, a fare un po' di tifo per lei!
Il cielo è terso, è una di quelle giornate in cui amo Milano: l'aria frizzantina dell'inverno si sposa con un sole caldo e Milano è più bella, splende della sua eleganza, soprattutto in Corso Italia, di domenica pomeriggio.
Passanti, poche auto, negozi chiusi, il 15 che sembra procedere più lento del solito sui suoi binari - forse è domenica anche per lui.
Cammino velocemente, ho mal di testa e non vedo l'ora di essere a casa. Cerco di godermi comunque quest'aria e respirare la città, lascio scivolare i pensieri lontano, svuoto la mente, cammino e respiro.
Poi d'un tratto. Un rumore sordo. Mi giro. Voci di sottofondo. Commenti.
Dall'altro lato della strada vedo una signora per terra, la sua bici ribaltata. Una macchina parcheggiata, la portiera aperta. Un signore che gesticola.
La scena si è svolta un attimo dopo il mio passaggio. Mi sento in ritardo. Mi fermo.
Una coppia dietro di me fa altrettanto e sentenzia - il solito deficiente che apre la portiera senza guardare -.
Sono attimi di stasi. Non sto a guardare. Attraverso, un taxi si ferma per farmi passare.
La signora - avrà almeno una sessantina d'anni - si sta alzando, aiutata dal signore che a una prima ricostruzione deve averla urtata aprendo la portiera dopo aver parcheggiato.
La signora è bella, i capelli bianchi, gli occhi chiari, lo sguardo frastornato.
Mi avvicino.
Passanti, poche auto, negozi chiusi, il 15 che sembra procedere più lento del solito sui suoi binari - forse è domenica anche per lui.
Cammino velocemente, ho mal di testa e non vedo l'ora di essere a casa. Cerco di godermi comunque quest'aria e respirare la città, lascio scivolare i pensieri lontano, svuoto la mente, cammino e respiro.
Poi d'un tratto. Un rumore sordo. Mi giro. Voci di sottofondo. Commenti.
Dall'altro lato della strada vedo una signora per terra, la sua bici ribaltata. Una macchina parcheggiata, la portiera aperta. Un signore che gesticola.
La scena si è svolta un attimo dopo il mio passaggio. Mi sento in ritardo. Mi fermo.
Una coppia dietro di me fa altrettanto e sentenzia - il solito deficiente che apre la portiera senza guardare -.
Sono attimi di stasi. Non sto a guardare. Attraverso, un taxi si ferma per farmi passare.
La signora - avrà almeno una sessantina d'anni - si sta alzando, aiutata dal signore che a una prima ricostruzione deve averla urtata aprendo la portiera dopo aver parcheggiato.
La signora è bella, i capelli bianchi, gli occhi chiari, lo sguardo frastornato.
Mi avvicino.
- Chiamiamo un'ambulanza? -
Il signore mi guarda come un'intrusa, pare che ciò che è accaduto sia affar suo, gli sembro fuori luogo, il suo sguardo non lascia dubbi.
La signora mi guarda dolcemente.
- No, non serve.
Si guarda la mano, è violacea è un po' escoriata. C'è una bella botta.
- Signora come si sente?
- Mi fa male qui.
E indica il cuore.
Esito un attimo, mi gelo. Scatta nella mia mente un film (tragico ovviamente): ora le viene un infarto e muore. Chiamo l'ambulanza. Poi penso che forse è agitata e spaventata.
Le sfioro una mano (l'altra), la rassicuro.
- Signora, vuole un bicchiere d'acqua?
Mi guarda, ancora dolcemente.
- Si, grazie.
Punto al bar aperto, di fronte a noi. Il proprietario dell'auto - che nel frattempo sorregge la signora - mi dice: Ci vado io.
Rimarcando come la cosa sia affar suo.
Sorrido decisa.
- Sono qui, mi rendo utile.
Entro, forse non saluto nemmeno. Chiedo un bicchiere d'acqua e spiego velocemente cosa è accaduto. Il barista mi porge l'acqua e chiede se serve chiamare l'ambulanza. Gli dico che non lo so, che io l'avrei chiamata. Lui si affaccia alla soglia, non esce. Guarda e rientra.
La signora, con le mani tremanti, beve l'acqua. Mi restituisce il bicchiere.
- Grazie signorina (resterò "signorina" a vita, anche a quarant'anni probabilmente).
Il proprietario dell'auto intanto la invita a sedersi in macchina. Chiedo nuovamente se serve chiamare l'ambulanza.
Lui mi guarda storto, ho l'impressione che cerchi di estromettermi dalla conversazione, è come se gli dessi fastidio. Chiede alla signora dove sta andando, se vuole essere accompagnata in auto, la invita a sedersi per riprendersi un attimo.
Lei accetta.
Con lui ci sono una donna di colore e due ragazzine. Tutte e tre immobili. Intorno alla macchina.
Dall'altro lato della strada - quello in cui ero io - ci sono sparuti osservatori. Credono di essere al cinema o a teatro probabilmente.
La signora mi sembra star meglio.
Le sorrido.
- Se non ha bisogno, io vado.
- Sto bene. Grazie davvero, signorina (e due).
Mi ringrazia anche il proprietario dell'auto, frettolosamente.
Riprendo a camminare, ripenso a quanto accaduto. Penso ai passanti fermi. Non è la prima volta. Lo leggo spesso sui giornali. Gente che guarda, che non interviene, che preferisce veder scorrere la vita davanti a sé, che non si sente chiamata in causa, se non per lamentarsi, per commentare, per avere qualcosa da dire. Come se agire non fosse contemplato. Come se una cosa ti riguardasse solo se ti coinvolge fisicamente, in prima persona, solo se ti sbatte addosso.
Forse era questo che pensava il proprietario dell'auto. Che avrei dovuto farmi i fatti miei. Che io non c'entravo. Che erano affari suoi e della signora.
Però apparentemente ci interessa tutto. Ci riguarda tutto se dobbiamo parlare, dire, schierarci, criticare, contestare, polemizzare. Ci interessa tutto, soprattutto sui social. Siamo tuttologi. Esperti in ogni materia.
Mi sono allontanata ormai. Da un lato ripenso che sto per raggiungere Missori, che prenderò la metro e che sarò "presto" a casa. Dall'altro ripenso alla signora. Come andrà a finire. Forse avrei dovuto fermarmi un altro po'.
D'un tratto irrompe nella quiete domenicale: è l'ambulanza. Non può essere una coincidenza. Mi giro. Si ferma in prossimità del bar.
Torno indietro, penso.
A cosa serve? Ci sono i soccorsi. Mi dico.
Mi assale la sensazione di aver lasciato perdere, di essere andata via troppo presto, di non aver fatto abbastanza.
Ci sono i soccorsi, chi meglio di loro può pensarci adesso?
Riprendo a camminare verso la metro.
Affido al Signore la signora.
Il signore mi guarda come un'intrusa, pare che ciò che è accaduto sia affar suo, gli sembro fuori luogo, il suo sguardo non lascia dubbi.
La signora mi guarda dolcemente.
- No, non serve.
Si guarda la mano, è violacea è un po' escoriata. C'è una bella botta.
- Signora come si sente?
- Mi fa male qui.
E indica il cuore.
Esito un attimo, mi gelo. Scatta nella mia mente un film (tragico ovviamente): ora le viene un infarto e muore. Chiamo l'ambulanza. Poi penso che forse è agitata e spaventata.
Le sfioro una mano (l'altra), la rassicuro.
- Signora, vuole un bicchiere d'acqua?
Mi guarda, ancora dolcemente.
- Si, grazie.
Punto al bar aperto, di fronte a noi. Il proprietario dell'auto - che nel frattempo sorregge la signora - mi dice: Ci vado io.
Rimarcando come la cosa sia affar suo.
Sorrido decisa.
- Sono qui, mi rendo utile.
Entro, forse non saluto nemmeno. Chiedo un bicchiere d'acqua e spiego velocemente cosa è accaduto. Il barista mi porge l'acqua e chiede se serve chiamare l'ambulanza. Gli dico che non lo so, che io l'avrei chiamata. Lui si affaccia alla soglia, non esce. Guarda e rientra.
La signora, con le mani tremanti, beve l'acqua. Mi restituisce il bicchiere.
- Grazie signorina (resterò "signorina" a vita, anche a quarant'anni probabilmente).
Il proprietario dell'auto intanto la invita a sedersi in macchina. Chiedo nuovamente se serve chiamare l'ambulanza.
Lui mi guarda storto, ho l'impressione che cerchi di estromettermi dalla conversazione, è come se gli dessi fastidio. Chiede alla signora dove sta andando, se vuole essere accompagnata in auto, la invita a sedersi per riprendersi un attimo.
Lei accetta.
Con lui ci sono una donna di colore e due ragazzine. Tutte e tre immobili. Intorno alla macchina.
Dall'altro lato della strada - quello in cui ero io - ci sono sparuti osservatori. Credono di essere al cinema o a teatro probabilmente.
La signora mi sembra star meglio.
Le sorrido.
- Se non ha bisogno, io vado.
- Sto bene. Grazie davvero, signorina (e due).
Mi ringrazia anche il proprietario dell'auto, frettolosamente.
Riprendo a camminare, ripenso a quanto accaduto. Penso ai passanti fermi. Non è la prima volta. Lo leggo spesso sui giornali. Gente che guarda, che non interviene, che preferisce veder scorrere la vita davanti a sé, che non si sente chiamata in causa, se non per lamentarsi, per commentare, per avere qualcosa da dire. Come se agire non fosse contemplato. Come se una cosa ti riguardasse solo se ti coinvolge fisicamente, in prima persona, solo se ti sbatte addosso.
Forse era questo che pensava il proprietario dell'auto. Che avrei dovuto farmi i fatti miei. Che io non c'entravo. Che erano affari suoi e della signora.
Però apparentemente ci interessa tutto. Ci riguarda tutto se dobbiamo parlare, dire, schierarci, criticare, contestare, polemizzare. Ci interessa tutto, soprattutto sui social. Siamo tuttologi. Esperti in ogni materia.
Mi sono allontanata ormai. Da un lato ripenso che sto per raggiungere Missori, che prenderò la metro e che sarò "presto" a casa. Dall'altro ripenso alla signora. Come andrà a finire. Forse avrei dovuto fermarmi un altro po'.
D'un tratto irrompe nella quiete domenicale: è l'ambulanza. Non può essere una coincidenza. Mi giro. Si ferma in prossimità del bar.
Torno indietro, penso.
A cosa serve? Ci sono i soccorsi. Mi dico.
Mi assale la sensazione di aver lasciato perdere, di essere andata via troppo presto, di non aver fatto abbastanza.
Ci sono i soccorsi, chi meglio di loro può pensarci adesso?
Riprendo a camminare verso la metro.
Affido al Signore la signora.
Dalle un occhio tu, gli suggerisco.
(Ho sempre un sacco di suggerimenti per Dio, fossi in lui mi assumerei).
Un abbraccio particolare a Valeria per i suoi suggerimenti e incoraggiamenti, anche se non sono Dio!
Un abbraccio virtuale a tutti voi lettori e appuntamento alla prossima storia senza fretta!
A presto,
Polo

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